Quando la bufala è senza lattosio, allora sì che son cazzi…

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Ospizi: una nidiata di anziani implumi verrà data in pasto ai caimani. Pare infatti che il governo stia progettando di destinare i loro posti letto a venti famiglie di immigrati, recentemente sbarcati sulle spiagge di Lampedusa con un coltello fra i denti, urlando “Sandokan!”. Come se non bastasse, poi, entro qualche mese il Comune di Milano istituirà una “rom tass” che graverà sulle spalle dei cittadini per finanziare i campi nomadi del circondario. Niente paura, comunque! Un limone al giorno toglie il cancro di torno: peccato che le multinazionali farmaceutiche si accaniscano ad oscurare la realtà e tramino per somministrare al popolo ignaro litrate di vaccini infetti e cangerogenissimi.

E va bene, forse esagero, però scommetto che qualcuno di voi avrà iniziato a prendere appunti senza battere ciglio. Il perché è sotto gli occhi di tutti, o almeno sotto quelli di chi bazzica il favoloso mondo dei social network. Sotto i panni dello spot simil-giornalistico, la bufala imperversa. Già, la bufala: non quella che vi trovate nel piatto, ma quella che vi adocchia dallo schermo del computer: inesorabile e subdola come i fonzies che più sono chimici, più vanno giù che è un piacere. In questo campo non c’è antidoto, non c’è vaccino che tenga.

Il problema non è la malattia: il problema è che il malato non vuol guarire. Il “bufalaro” inteso come malato sociale, infatti, non è solo vittima ma anche un po’untore e quando non la trova, la bufala se la cerca con pazienza certosina. Soffrire gli piace, ma ancora di più gli piace potersi incazzare e abbaiare, soprattutto se a caso. Vien da pensare a una celebre vignetta di Altan, quella con l’ometto che urla sconsolato “Ridateci il nemico!” Perché il punto è proprio lì: il Nemico sta al “bufalaro” come la celebre copertina-feticcio sta a Linus. E poi, ammettiamolo, ci sta anche che in fondo abbiano ragione (loro, i “bufalari”). In fondo c’è qualcosa di rassicurante nell’idea che il mondo faccia proprioproprioschifo. Il giochetto, in realtà, è vecchio come il mondo e funziona pressappoco così: più sporco è l’altro, più pulito sei tu. Proprio così: in base a un rapporto di inversa proporzionalità. Insomma: c’è del marcio in Danimarca e non solo lì. Forse, in fondo, un po’marci lo siete anche voi.

Il fotografo è l’anello di congiunzione tra l’uomo e Tarzan

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È da un po’che durante i viaggi stampa incappo nello strano mondo dei fotografi. Sono simpatici, affabili: nei loro confronti mi scatta subito un immediato e incontenibile feeling amicale. E poi hanno una cosa che mi fa impazzire: mentre parli, non sai mai dove sono! Mi è capitato più volte di camminare chiacchierando fianco a fianco a un fotografo e di rendermi conto di botto di aver perso l’interlocutore per strada. Capita, con i fotografi. È che a differenza della maggior parte delle persone, loro non sono autistici; mentre ti parlano, cioè, loro “vedono”, captano soggetti papabili e a quel punto li perdi: loro e la loro immancabile macchina fotografica. Si fermano e si avviticchiano sul selciato o su un lampione in posizioni che farebbero impallidire uno yogi o un cultore del kamasutra acrobatico più estremo. All’inizio era spiazzante e in fondo credo di non essermici ancora abituata.

Un episodio, soprattutto, mi è rimasto impresso. Viaggio stampa in Salento. Sono sulla spiaggia di Porto Cesareo e passeggio felice in compagnia di quattro fotografi. Il mare e l’orizzonte hanno sempre avuto il potere di ispirarmi alti pensieri filosofici: son lì che li condivido con i magnifici quattro quando a un tratto, intorno a me, inizio a percepire una palpabile aura di solitudine. Mi volto. E non li vedo. Spariti. Dileguati. Abracadabra. In quella manciata di secondi penso di tutto, giuro: nodi spazio temporali, incontri ravvicinati del terzo tipo, malocchio… Tra me e me inizio a elaborare una sceneggiatura degna delle puntate migliori di X-Files. È solo allora, quando abbasso lo sguardo sconsolata che li vedo rientrare nel mio campo visivo. Sono lì davanti a me – o meglio, alle mie spalle – accovacciati a terra nelle posizioni più assurde, le facce camuffate dietro l’inesorabile obiettivo fotografico. Devo dire la verità, alla scomparsa improvvisa di interlocutori fotografi, ormai ci ho anche fatto il callo… ma mai – dico mai! – ho assistito a un’eclissi collettiva di tali proporzioni. Mi volto verso il mare, sicura di vedere emergere le mie spalle il mostro di Lochness o qualche altro ameno prodigio, ma nulla… calma piatta. I magnifici quattro, intanto, si tirano su come se niente fosse, si scuotono di dosso i granelli di sabbia, uno accende una sigaretta, gli altri riprendono a chiacchierare in totale serenità, sistemandosi la macchina fotografica a tracolla. E io li guardo ammirata, perché so che loro sono così e ormai rinuncio anche a porre la classica domanda che facevo all’inizio, il banale e triviale “cos’è successo?”. Tanto, ad occhio e croce, so bene cosa mi risponderebbero: “la luce” “la nuvola” “il riflesso”… fatti che per i più appartengono al registro delle inezie e del non visto, ma che per i fotografi si trasformano in lancette che scandiscono il quadrante quotidiano della loro vita professionale.

È per questo che, anche se nella maggior parte dei casi li perdo per strada, AMO camminare al loro fianco: perché se io al massimo “vedo”, loro “guardano”. Mi fanno sentire cieca, schiava del paraocchi come qualsiasi topo di città assorto nel suo autistico mondo interiore. Per questo lo consiglio a chiunque voglia imparare a guardare intorno a sé. Il fotografo: occhio di ciclope, capacità acrobatiche degne di Tarzan. Il miglior amico del topo di città, un cane-guida capace di scarrozzarti attraverso la realtà facendoti capire che sei cieco. O magari, che il re è nudo.

Martina Fragale

L’ABITO NON FA IL MONACO, MA FA LA DRAG QUEEN 1

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Non so come dirtelo: secondo me hai qualcosa che li attrae.”

“Ma chi?”

“Come sarebbe dire, chi? Cioè… te ne sei accorta, vero? Ti hanno appena salutata.”

“Ah, quella stanga di due metri! Ti dico che non la conoscevo: gran bella donna tra l’altro…”

“Dio, ma come fai a essere sempre così oca?”

“Oca? Perché?”

“Ma porca pupazza, perché quella non era una donna!”

“E cos’era?”

“Una drag queen, gioia santa: un travestito. Ti salutano sempre quando passi, non è mica la prima volta. Il perché non lo so, ma si vede lontano un miglio: ti amano. Fattene una ragione, bellezza: sei il loro idolo!”

 

Questo è un botta e risposta vecchio di anni (forse tredici). Quella sera me la ricordo ancora benissimo: ero su una squallida panchina della linea 2 di Milano in biblica attesa della metropolitana con  uno dei miei amici più intelligenti. Come il Godot di Samuel Becket, la metropolitana non arrivava mai, ma noi ormai ci avevamo fatto il callo. Avevamo cantato. O meglio: Gianni aveva cantato, io avevo emesso suoni sconnessi camuffandomi dietro le corde vocali d’acciaio di una compagna di sezione: una contraltona che tuonava note massicce, con una cassa toracica che sembrava il reattore di una centrale nucleare. Dal basso delle mio physique du role da piccola fiammiferaia, io la ammiravo in silenzio. Che donna: avrebbe fatto vedere i sorci verdi perfino a Godzilla! Ma non è di questo che si stava parlando. Si parlava di panchine, metropolitane e di Gianni, che con aristocratica nonchalance mi propinava perle di saggezza senza che me ne rendessi conto. La sua teoria era che – chissà per quale motivo – io fossi un’icona drag ambulante. Per dimostrarmelo, produsse anche un test che io compilai con inappuntabile diligenza. “Il test del dottor Jean” era elaboratissimo e funzionava a punteggio. Il mio test si concluse con un profilo lapidario, che recitava pressappoco così: “REGINA DELLE DRAG QUEEN. Sei circondata da travestiti adoranti. Loro vorrebbero essere te e tu vorresti essere altrove.” Il perché di questa condanna, il test del Dottor Jean non lo spiegava e io me ne dimenticai addirittura. Per qualche tempo.

Martina Fragale

L’ABITO NON FA IL MONACO, MA FA LA DRAG QUEEN 2

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Passarono gli anni e io trovai il modo di rimanere fedele a me stessa: oca oltre ogni dire e sempre pronta a cadere dal pero dopo aver abbracciato con lodevole abnegazione qualche causa persa. In quanto a cause perse – poi – avevo un intuito tutto mio. Per esempio, sfido chiunque a ridar vita – oggi, nella Milano trendy – allo scintillante ma frustro genere del caf conc’, la musica dei caffè-cabaret dei primi del Novecento. Ebbene, io ci ho provato: dopo essere andata letteralmente in brodo di giuggiole oltralpe, a Parigi e in certe deliziose cittadine del Baden-Wuerttemberg, caddi folgorata sulla via di Damasco e trovai il modo di mettere in piedi un’impresa davvero fallimentare, creando un ensemble di kamikaze in piena regola. Ci chiamavamo Les Bichmouch e inscenavamo degli spettacoli pieni di vèrve che però non voleva nessuno, nonostante noi – tra sketch comici, paillettes e boa piumati – ci dessimo dentro come disperati. Ecco, a proposito di boa piumati… torniamo a bomba. Al di là delle capacità attoriali e musicali, il nostro forte erano i costumi di scena: complessi e sgargiantissimi travestimenti in stile anni Venti. Io ci sguazzavo e a volte mi veniva persino il dubbio di aver creato il gruppo solo per  poter sfilare davanti al pubblico con tutto quel ben di dio addosso. Per rifornirmi avevo scovato una bottega ad hoc che era proprio l’apoteosi del vintage. È proprio lì, in quell’angusto negozietto di Porta Ticinese che mi ritrovai faccia a faccia con il mio passato e la mia vocazione (quella vera). Sì perché “a volte ritornano”… Loro.

Martina Fragale

L’ABITO NON FA IL MONACO, MA FA LA DRAG QUEEN 3

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Me le trovai davanti di colpo, uscendo dal camerino in cui ero entrata per sigillarmi in un abitino di velluto nero guarnito di tante, ma proprio tante piume di struzzo. No, un attimo… non è andata così: mentre ero lì che mi striminzivo nelle strettezze del corpetto satanico, avevo sentito uno sciame di voci che irrompevano nel silenzio annoiato del negozietto. Era tutto un va e vieni  di gridolini in genovese proferiti da calde voci baritonali. Oddio, genovese… così mi pareva, ma la mia capacitàdi decifrare gli accenti è sempre stata catastrofica. In prima media, un giorno, venni picchiata a sangue da un’integralista toscana a cui –in totale e clamorosa buonafede – avevo dato della napoletana. Questo per quanto riguarda gli accenti nazionali; con gli internazionali, poi, facevo il botto: i brasiliani, per esempio, li ho sempre confusi con i genovesi sin dalla più tenera età. Erano brasiliane, appunto, “le signore bellissime” che mi vidi davanti quando tirai la tenda del camerino. Se ne stavano lì, in sei o sette, appollaiate sul sofà d’ingresso con un’aria suntuosa da comari annoiate. Non erano belle: erano magnifiche! Alte, flessuose, con quella grazia tutta particolare nel muovere le mani che Gianni – ai tempi – chiamava “la sindrome del polso spezzato”. Solo una cosa non mi tornava: mentre in camerino mi rinserravo nella “vergine di ferro”, avevo sentito distintamente delle voci maschili… i papponi delle “signore bellissime”? I fidanzati? Una nutrita delegazione di papà orgogliosi? Ok, chiunque fossero… dove diavolo erano finiti? Rimasi lì interdetta con le mie piume di struzzo  per qualche secondo, poi una delle star in panchina mi si precipitò addosso in un profluvio di baci. “Ohi nena! Que voce è linda!”, tuonò la bellissima. Accento: brasiliano spinto. Voce cavernosa da toreador.

Martina Fragale

L’ABITO NON FA IL MONACO, MA FA LA DRAG QUEEN 4

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Insomma, ve la faccio breve: erano delle drag queen. Tutte. La padrona della boutique le conosceva una per una e le chiamava affettuosamente “il mio conto in banca”: pare fossero infatti lo zoccolo duro della clientela del negozietto, che in effetti – a parte l’apparizione sporadica di qualche fulminato come me – faticava non poco ad affermarsi come mecca dello shopping compulsivo milanese. L’assalto della capobranco fece da detonatore e nel giro di pochi secondi me le trovai tutte addosso in una pioggia di baci, bacetti e parole che non capivo, ma che suonavano pressappoco come complimenti. Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, gode del suo minuto di gloria: io, il mio, lo vissi quel giorno, fra quelle quattro mura cariche di corpetti traslucidi e sciarpe in taffetà. Il mondo mi ignorava, ma loro mi amavano… diavolo se mi amavano! Il problema era proprio quello: mi amavano troppo. Ogni donna latina (anche quelle finte… cioè, finte donne, non finte latine) è dotata di un istinto materno debordante. Se poi la donna in questione è una drag queen l’istinto materno – frustrato – tende a manifestarsi assumendo i contorni di un cataclisma. Le “signore bellissime” si complimentavano con me per le curve e gli occhioni, ma sapevo che non erano punto obiettive  e probabilmente mi vedevano come una strana  bestiola a metà tra il loro chihuahua e il fantasma di una figliola mai nata. La loro parola d’ordine, quindi, non poteva che essere una sola: addobbare. Pardon: addobbar-mi.

Martina Fragale

 

L’ABITO NON FA IL MONACO, MA FA LA DRAG QUEEN 5

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A essere sincera, si rischiò la rissa: non tra me e loro (io non contavo), ma tra due fazioni che si formarono seduta stante in seno alla compagine drag. Il pomo della discordia erano due coprispalle di morbidissime piumette dinonsocosanonvogliosaperlo. La fazione A, che in un italiano stentato mi aveva battezzata “la bambolina”, spingeva per un coprispalle rosa cipria che era tutto un frou frou; la fazione B – formata dalle cattivissime del gruppo – protestava annodandomi al collo una stola  di piumette nere e strillando che io ero una gatta fatta e finita e in quanto tale meritavo un abbigliamento da assalto. La proprietaria del negozio, da parte sua, si limava le unghie laconica e ogni tanto asseriva con finta noncuranza che “in fondo mi stavano benissimo tutti e due i coprispalle , perché non comprarli entrambi?”. E io? Io rimanevo lì in mezzo inerte e mentre il pollaio infuriava, ecco che all’improvviso ebbi una visione. Sì, proprio così: entrai in uno stato allucinatorio a metà tra la visione e il ricordo e mi rividi bambina, a teatro, mentre sul palco due madri si contendevano il figlio a strattoni. Qualche giorno dopo, chiamai Gianni: vuotai il sacco raccontandogli la scena per filo e per segno e contando sul fatto che oltre che cantante e genio in incognito era anche attore, gli esposi il mio dubbio. Avevo avuto un’allucinazione? O trattavasi di puro e semplice ritorno del rimosso?

Martina Fragale

L’ABITO NON FA IL MONACO, MA FA LA DRAG QUEEN 6

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“È il cerchio di gesso del Caucaso. Firmato B.B.”

“Cavolo… hai capito Brigitte Bardot? Mica scema!”

Lei no, ma tu trascendi ogni umana possibilità di comprensione.”

“Ma perché, scusa?”

“Perché B.B sta per Bertolt Brecht, non per Brigitte Bardot! Comunque, sorvoliamo… Nel Cerchio di gesso del Caucaso ci sono due madri (una falsa, una vera) che si contendono il figlio davanti al giudice. Il giudice non sa che pesci pigliare, poi ha un’illuminazione e invita le due donne a fare una specie di tiro alla fune con il bambino.”

“Alla faccia! Sicuro che non l’abbia scritta il Marchese de Sade?”

“Bè, ma alla fine il tiro alla fune non si fa: una delle due mamme rinuncia per non fare del male al bambino e il giudice, riconosciuto in lei il vero istinto materno, la premia dandole il pupo. Trattavasi però di madri caucasiche, non di furie brasiliane. Nel tuo caso, vai pur tranquilla che le tue baccanti ti avrebbero fatta a brandelli. Comunque, una domanda mi sorge spontanea…”

“Già: perché mi portavano a vedere Bertolt Brecht alle elementari?”

“No, la domanda era un’altra.”

“Spara.”

“Alla fine… hai preso il coprispalle color cipria o quello nero?’”

La verità è che alla fine avevano vinto le cattivissime e io ero uscita dalla boutique con il coprispalle nero. Più un boa rosso fuoco. Più un paio di pochettes sul fuxia spinto. Più un piumino multicolore di cui ignoravo la funzionalità e che infatti regalai a mia nonna (lei lo usa ogni anno in primavera per le grandi pulizie). Le “signore bellissime” sovvenzionarono i miei acquisti, mi coccolarono, mi spronarono ma soprattutto diedero un senso al mio abulico pomeriggio milanese. Le invitai anche ai miei spettacoli, ma a quelli no, non vennero. Già. Di sera, povere criste, lavoravano anche loro.

Martina Fragale

A proposito di puffi. E di marxismo. PARTE I

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Da piccola ero prodiga e anche un po’idiota. Non so di preciso cosa mi passasse per la testa, se si trattasse di generosità, insicurezza o altro: fatto sta che regalavo tutto, ma proprio tutto. L’akmé, però, la raggiunsi con i puffi. Chi ha vissuto negli anni Ottanta, i puffi se li ricorda di sicuro: una società di omuncoli blu che da cartone animato vennero trasformati furbescamente in gadget e finirono per infestare le cartolerie e le case di chiunque  avesse un infante sotto il suo tetto. In casa mia la televisione non c’era, ma i puffi… eh, quelli c’erano eccome: imperversavano in ogni angolo della mia stanza, popolando sedie, scaffali e – ovviamente – la grande amanita muscaria di plastica, fungo velenosissimo nonché domus aurea del Grande Puffo (tra l’altro, a chi diavolo sarà mai venuto in mente di pubblicizzare un fungo tanto mortifero in un cartone animato per bambini? La Mente dei puffi, di nome doveva chiamarsi Erode!)

Tornando alle mie tare infantili, come dicevo – non so quando né perché – a un certo punto entrai nella fase del “prendete e moltiplicatevi”, il che significa che chiunque entrasse in casa mia, finiva sempre con l’uscirne con almeno un peluche in braccio, ma soprattutto con le tasche stracolme di puffi. Il mio piccolo esercito di mostri bluastri si assottigliava drasticamente di giorno in giorno e mia madre – dal vano della cucina – assisteva allibita a quelle lunghe processioni di puffi che sciamavano inesorabili verso la porta di casa. Poi un giorno, uno dei miei invitati passò davanti alla cucina brandendo con arroganza la casa del Grande Puffo. E lì mia madre non ci vide più e decise di intervenire: mi prese da parte e intavolò con me un discorso che mi cambiò la vita. Il succo della parabola verteva intorno alla distinzione del concetto di “mio” e di “tuo” e per me rappresentò una vera e propria chiave di volta che trasformò l’assioma “Se i puffi sono miei, allora appartengono anche agli altri” nell’opposto sillogismo “Se i puffi sono miei allora NON appartengono agli altri”. Detto in altri termini: quel giorno scoprii l’inedito concetto di “proprietà privata” , che da allora per me si è sempre inconsciamente configurato come “proprietà privata DEI PUFFI” ed è sempre stato correlato a un imperativo categorico implicito, preservare i propri puffi da accaparramenti indebiti. Ovvero: difesa assoluta della proprietà privata, o puffi o morte. No pasaran!

Martina Fragale

A proposito di puffi. E di marxismo. PARTE II

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La realtà – però – è che a me è sempre piaciuto contraddirmi; fu così che a quindici anni diventai marxista convinta: mi nutrivo preferibilmente di pesantissimi saggi otto-novecenteschi, mi vestivo in stile peace and love riciclando tutto il vestiario hippie anni ’70 di mia madre e portavo appeso al collo un austero medaglione con l’immagine di Che Guevara. Non che tra tutte queste cose ci fosse un nesso logico o filologico! Chiaro che sembravo un albero di Natale… ma ero un albero di Natale “convinto”. È allora che i puffi fecero ancora – e in modo abbastanza insolito – il loro ingresso nella mia vita. Un giorno conobbi un ragazzo che, giusto per fare un po’ lo splendido, decise di mettermi a parte di una “teoria del complotto” che iniziava proprio allora a spopolare: secondo questa teoria, i puffi erano una sorta di pamphlet carico di messaggi subliminari e non, volti a “pubblicizzare” una società di chiaro stampo socialista-sovietico. In effetti, le ragioni con cui lo Splendido suffragava le sue teorie, sembravano di un’evidenza stupefacente. Le elenco di seguito:

1- I puffi (Stroumpf nell’originale fumetto belga) erano tutti uguali, distinti solo da un nome e da caratteristiche che ne indicavano il ruolo all’interno di un sistema produttivo di chiara matrice socialista. Ogni nome dei mostriciattoli era inoltre preceduto dall’appellativo “puffo” (puffo Inventore, puffo Ingegnere ecc…) che equivaleva di fatto al russo tovarich, ovvero “compagno”. Tra parentesi, a proposito del linguaggio dei puffi, Umberto Eco elaborò un’interpretazione semiotica nel geniale saggio “Stroumpf und Drang”.

2- Il grande puffo, vestito simbolicamente di rosso e con la barba bianca, era una chiara proiezione di Karl Marx (“perché non di Babbo Natale?” pensai immediatamente io)

3- Il fatto che i puffi cantassero in coro durante le attività lavorative, rifletteva un uso analogo della musica – utilizzata come incentivo lavorativo – radicato nei paesi socialisti. Esistono testimonianze letterarie di ciò anche nei romanzi di Milan Kundera.

4- Ogni puffo calzava un berretto frigio: simbolo della fase giacobina della Rivoluzione Francese

4- Gargamella, prono alla propria avidità e alla missione di trasformare i puffi in oro, simboleggiava il Capitalismo e la gatta Birba, in origine chiamata Azrael – nome di chiara origine ebraica – incarnava il Capitalismo ebraico (altro antagonista storico del Socialismo sovietico e universale)

e infine la chicca:

5- ai bambini inglesi, i Puffi vennero presentati con il nome di Smurf, evidente acronimo di “Socialist Man Under a Red Father”

Certo, oggi sono un po’più smagata e so che le “teorie del complotto” rientrano in un generico sistema di paranoie mediatiche che ha inglobato le cospirazioni più assurde e disparate. Si è parlato di messaggi subliminari a sfondo sessuale e satanico nei cartoni animati Disney (su Youtube, tempo fa, c’era un pastore brasiliano infoiatissimo che imperversava a questo proposito) e messaggi subliminari satanici sono stati attribuiti anche alle canzoni dei Beatles. Sempre a proposito di Beatles, poi, esistono dei geni che a partire dal lontano ’69 hanno impilato prove su prove per dimostrare che Paul Mcc Cartney – in realtà – sarebbe morto nel ’66 nel corso di un incidente stradale e sarebbe stato sostituito seduta stante da un sosia, tale William Stuart Campbell. Lo ammetto, qualche anno fa – in un periodo in cui soffrivo di insonnia – mi susinavo “teorie del complotto” ogni notte, con un’ingordigia che rasentava la dipendenza.  Passavo ore e ore a guardare video su Youtube e a confrontare documenti. Le teorie del complotto fioccavano da ogni parte, incrementando la mia insonnia in un perverso circolo vizioso. Erano una droga: geniali, esilaranti…  più additive delle patatine alla paprika. Poi sono passata alla melatonina.

Martina Fragale